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L'ANARCHICO ELEGANTE

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Prologo

"Imbriani e Cavallotti, eroici cavalieri, senza macchia e senza paura, Fratti, campione gentile di galanteria italiana, caduto sui campi di battaglia della Grecia, e Bovio, gloria della filosofia moderna ... L'Italia non poteva trovare uomini migliori per segnalare la causa di Cuba al mondo civile! "

Salvador Cisneros Betancourt,
ex presidente della Repubblica di Cuba in armi.


Oreste Ferrara y Marino, il protagonista di questo libro, è una delle figure più controverse della storia di Cuba del periodo repubblicano. Per alcuni storici, la sua unicità sta nel fatto che, pur essendo italiano, sia riuscito ad arrivare al vertice del potere politico della società cubana. Per altri, invece, la sua doppia veste di intellettuale e uomo d’azione, fino a diventare un diplomatico di primo piano, risulta essere l’aspetto più affascinante. Comunque sia, il napoletano riuscì a diventare uomo ricco e famoso fuori dalla sua terra natale e solo questo basterebbe a giustificare la scrittura di una sua biografia. Cosa che ha fatto, ampiamente, l’illustre dottore Alessandro Senatore in El anarquista elegante, la cui prima edizione in castigliano viene adesso pubblicata dalla nostra Casa Editrice Boloña.

Appena conclusa la lotta per l'indipendenza contro il dominio coloniale spagnolo, il popolo cubano, a seguito del primo intervento americano del 1898, si ritrovò nella condizione di dover forgiare il suo proprio destino. Non si può capire la Cuba Repubblicana – e, di conseguenza, la vita di Ferrara–, senza una riflessione su quel avvenimento funesto che, per oltre trent’anni, condizionò pesantemente la lotta di liberazione di Cuba. È fuor di dubbio che il processo indipendentista cubano ebbe la stessa aura romantica e liberale del Risorgimento italiano, in quanto a impegno per l'unità della penisola. Ed essendo Ferrara, nel suo foro interiore, un “garibaldino” sarebbe stato naturalmente portato ad essere la personificazione proprio di quelle due qualità: un romantico e un liberale, ma le circostanze politiche ne plasmarono il carattere e determinarono il destino.  

Gli ideali proclamati da Giuseppe Garibaldi attraversarono i mari e giunsero a Cuba proprio nel momento in cui era in atto l’inasprimento del regime coloniale spagnolo. Abbiamo le prove della visita dell’eroe italiano a L’Avana, dove arrivò nel 1850, con lo pseudonimo di Giuseppe Pane, lo stesso utilizzato in La Giovane Italia, a bordo del piroscafo Georgia. Vi rimase diversi giorni e, tutto sembra indicare, che sia riuscito anche a riunirsi con i cospiratori italiani in una farmacia, sita tra le vie “Obrapía” e “San Ignacio”. È nota l’influenza garibaldina sui ribelli cubani. José Martí, a questo proposito, scrisse: “Da una patria, come da una madre, nascono gli uomini; la Libertà, patria umana, ebbe un figlio, e fu Garibaldi”.

Fu però solo con la insurrezione di Carlos Manuel de Céspedes y del Castillo, il 10 ottobre del 1868, che si verificò “l’accoglimento” da parte del movimento anti-schiavitù dell’Europa e degli Stati Uniti, della causa cubana. De Céspedes, difatti, lancia, insieme alla lotta per la liberazione degli schiavi, un proclama il cui contenuto è eminentemente liberale, in linea con l'ascesa di quella corrente politica. Promulga, tra gli altri principi, l'uguaglianza degli uomini, il suffragio universale, la graduale, a seguito di indennizzo, emancipazione dalla schiavitù, il libero scambio tra nazioni amiche e il rispetto della vita e delle proprietà di tutti i cittadini pacifici "anche nel caso fossero spagnoli, purché residenti nel territorio". 

La causa di Cuba scatenò un movimento di solidarietà tanto intenso quanto quello provocato, a suo tempo, dalla causa greca, con Lord Byron come personaggio simbolo. E, come, a suo tempo, l’Italia aveva dato inizio, in Europa, al “Rinascimento”, allo stesso modo i patrioti cubani non avrebbero mai smesso di lottare per conquistare la libertà. Tuttavia, dopo dieci ardui anni di guerra sanguinosa, vari fattori ne impedirono il trionfo e, nel 1878, venne firmata la Pace di Zanjón. Due anni prima, a Napoli, da una potente famiglia, era nato Oreste. 

Il 7 dicembre del 1896, perì in battaglia il tenente generale Antonio Maceo, avvenimento che ebbe un enorme impatto internazionale. A seguito dell’intenso impegno profuso da Falco, insieme ad altri deputati, il Parlamento italiano dedicò all’eroe cubano diverse veglie e un minuto di silenzio in suo onore. Sicuramente quella campagna per la democrazia ebbe una grande influenza sulla scelta che fecero decine di giovani italiani di imbarcarsi nelle spedizioni che partivano per Cuba. Ed è così che, nell’ultima fase della lotta, “l’anima italiana” s’incrociò con gli ideali indipendentisti cubani. 

In quegli anni, tra il 1895 e il 1896, Ferrara studiava alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli e non è affatto strano che le sue prime simpatie politiche andassero ai libertari che sfidavano il potere di qualsiasi Stato costituito. Fino a quando, imbevuto di spirito garibaldino, non decise che era giunto il momento di impegnarsi in uno dei due conflitti bellici in corso: andare nell'isola di Creta per combattere contro i turchi, o in quell'altra lontana isola dei Caraibi per affrontare il colonizzatore spagnolo. 

L’egregio dottore Senatore ricostruisce dettagliatamente le peripezie della vita di Ferrara, comprese quelle prima dell’arruolamento nella spedizione e, nel 1897, dello sbarco, a bordo del piroscafo Dauntless, in terra cubana, passando per la località Punta Brava, nel territorio di Camagüey. Comincia come soldato semplice, si distingue poi nei combattimenti, aumenta di grado e riesce finanche ad esaudire il suo desiderio di conoscere il Generalissimo Máximo Gómez. Quest'ultimo, diffidente, a causa delle caratteristiche del personaggio, ordina di inserirlo nelle prime linee di cavalleria. Il giovane Oreste pare che abbia esclamato, successivamente: "Questo non si fa ad un amico". Termina la guerra come colonnello e, al seguito di colui che era stato il suo ultimo comandante, il generale José Miguel Gómez, si dà alla vita politica nazionale, divenendo uno dei fondatori del Partito Liberale e uno dei più importanti leader del liberalismo storico. La sua appartenenza al cosiddetto "Gruppo Villareño" risulta poi decisiva per la sua ascesa politica in quella Repubblica nata sotto la tutela degli Stati Uniti. 

Abile avvocato e polemista, va poi via via occupando posizioni sempre più di rilievo nel corso della nostra storia, fino a diventare, durante la presidenza del dittatore Gerardo Machado, Segretario di Stato. Ed è a causa di questo ruolo svolto nel corso della sua carriera politica, che Ferrara viene letteralmente “demonizzato” dalla storiografia repubblicana.

Ciò nonostante, la sua partecipazione ai dibattimenti per la Costituente del 1940, nella quale il suo nome occupa uno degli scranni principali, deve essere tenuta in debito conto. Sarebbe impossibile evocare quell'esercizio di democrazia senza ricordare l'ironia, l'accento napoletano e il carattere sibillino di questo cavaliere d'altri tempi. L’eleganza dei suoi vestiti, che richiamava potentemente l’attenzione, era tale – come sottolinea Senatore -  da farlo sembrare sempre pronto per andare a un ballo, all’opera o a una qualunque delle rappresentazioni teatrali di quella Avana, la cui monumentalità deve tanto agli artisti italiani. 

La sua bella casa in stile rinascimentale fiorentino, situata sulle pendici della Collina Universitaria, presenta, incisa sulle magnifiche pietre della sua facciata, la scritta Dolce Dimora. E, indubbiamente, di tutte le proprietà che Ferrara perse, quando la vecchia società crollò ai piedi dei trepidanti cavalli della Rivoluzione del 1959, fu quella che lui più rimpianse. Entrando nell'atrio di questo piccolo palazzo appare ancora oggi il suo ritratto, tale e quale a come lo ha descritto il nostro amico Senatore, come se si materializzasse tra quelle luci e ombre che hanno misteriosamente suggellato il suo destino. Cosa che lo stesso Ferrara sottolinea nelle sue memorie, scritte dopo esser stato destituito dal ruolo di ambasciatore di Cuba presso l'Unesco nel 1959, quando, lamentandosene, si definisce "l'ultimo “libertador” al servizio della Repubblica". 

EUSEBIO LEAL SPENGLER

10 ottobre 2019

ISBN 9788897665380

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